#Gli occhi di una bambina - Una sorpresa insolita

19:40

Mio padre aveva trasferito la sede del suo ufficio in un nuovo appartamento.

Era tutto molto grande, stanze enormi, le mattonelle e le pareti rigorosamente bianche, l'unica cosa che risaltava era una scrivania da riunioni color mogano nella stanza più grande dell'appartamento. 
Era li che passavo la maggior parte del mio tempo, facevo i compiti e disegnavo, come tutte le bambine di 9 anni amavo disegnare.


Passavo ore e ore a riprodurre quello che passava nella mia mente su un foglio, mi piaceva disegnare vestiti, le mie compagne di scuola mi chiamavo "Kristel, stilista impressionista", bamboline  stile Bratz scarpe con zeppe altissime e vestiti cortissimi super colorati che immaginavo con stoffe metallizzate e piene di glitter.

Disegnavo anche i miei sogni, quello che volevo essere e quello che desideravo intorno a me.

Sognavo il mio futuro a capo di quella scrivania a dettare legge dirigendo la mia azienda, volevo essere una leader, mi ripromettevo che crescendo sarei cambiata e avrei preso in mano la situazione, avrei sconfitto la mia timidezza e quel senso di sottomissione che mi sentivo già a 9 anni. 
Eh già! mi sentivo sottomessa e impotente per tutta le situazioni che i miei occhi vedevano e le mie orecchie sentivano.

"E' piccola e non capisce", io ero piccola ma capivo tutto.

Amavo disegnare la mia famiglia, non la mia vera e propria, ma quello che sognavo di avere: la mia mamma, il mio papà e io tutti e tre sotto lo stesso tetto, come tutte le famiglie delle mie compagne di scuola.
Volevo attendere papà rientrare a casa per cenare tutti insieme, fare i compiti con la mamma, uscire la domenica, fare una vacanza in qualche città lontana e avere un camino.
Ma perché un camino? così da poter mettere sopra una foto della mia famiglia.

Le cose però non erano come io le disegnavo, la mia famiglia era un disastro, mio papà ci rideva su e mi riteneva fortuna ad avere una famiglia allargata; i miei si erano lasciati quando io avevo solo un anno ed ognuno di loro si era creato la propria famiglia, io ero solo la causa di continue guerre con avvocati e giudici. 
Non mi sentivo una bambina, ma un oggetto o un premio che si dovevano aggiudicare. 
Non mi mancava niente, tutte le Barbie, Bratz e Lego che volevo mi venivano comprate, l'unica cosa che mi mancava era l'affetto di quella famiglia che tanto amavo disegnare.

Capitava spesso che restavo sola in ufficio mentre aspettavo fino a tardi che la mia mamma mi venisse a prendere, perché lei lavorava, lì con il mio pacchetto di cracker, il succo di frutta rigorosamente alla pera, fogli e matite, in una poltrona e in una scrivania troppi grandi per una bambina piccola come me.

Io avevo paura, sentivo sempre rumori strani, tutto era sempre troppo silenzioso o troppo buio, mi spaventavo ad andare nelle altre stanze e rimanevo sempre li seduta fino a quando la mia mamma suonava il citofono, ma ogni sera il cuore mi saltava in gola al suono acuto del campanello, perché avevo sempre paura che non fosse lei.
Quel giorno però in ufficio girava un'aria strana, era un periodo che mio papà aveva discussioni sempre con sua moglie, litigavano sempre sia a casa che in ufficio.

Lei non mi piaceva la trovavo volgare e pesante, ma pensavo che era normale odiare quella persona che stava accanto al tuo papà, ed ero invidiosa, di mio fratello più piccolo, figlio di mio papà e sua moglie, perché lui aveva la sua famiglia, quando aveva gli incubi poteva andare nel letto della mamma e papà, lui a cena era con i suoi genitori a tavola ed io invece dovevo aspettare mia mamma per mangiare e stare a tavola con lei e il suo compagno, la vedevo come una cosa così ingiusta, anche io volevo la mia famiglia.
Non mi ribellavo e non piangevo mai in pubblico, avevo sempre un sorriso stampato sul mio viso, piangevo sola a letto quando ero sola, l'unico momento dove nessuno mi poteva vedere e non poteva capire quanto mi sentivo fragile e sola.

Quella sera il mio cuore batteva più forte, c'era qualcosa che stava succedendo. L'ufficio talmente era grande che una parte era off-limits, stanze vuote e chiuse che mai nessuno aveva varcato e quelle stanze mi mettevano ansia.
Mentre tutto era in silenzio, una voce che conoscevo mi chiamava dietro la porta di quella zona oscura.

"Bimbola, sono papà!"

Bimbola era quel nomignolo che mio papà mi aveva affibbiato da piccola, era l'unica cosa che mi faceva sentire sua figlia, amata e soprattutto unica.
Amavo mio papà.

La matita mi cade per terra, mi giro per guardare quella porta, con la chiave della serratura dal mio lato, come aveva fatto ad entrare?
Ah vero! Avevamo una porta secondaria in quell'ufficio così grande, che portava proprio in quella parte dell'ufficio che non usavamo.
Ma lui che faceva lì? 
Lo chiamo ed apro la porta.
SI era lui. 

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Posted by Makeup Kristel on Martedì 27 ottobre 2015

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